A Torino il convegno Coltivare Futuro ha avviato un confronto su lavoro, legalità e valore nelle filiere agroalimentari, dando voce a esperienze concrete e professionisti del settore. Francesco Cappello, Presidente di Filiera Futura: “Vogliamo contribuire a promuovere soluzioni concrete e condivise, capaci di tenere insieme competitività delle imprese, tutela delle persone e sviluppo dei territori. Perché l’innovazione delle filiere non può essere soltanto produttiva o tecnologica: deve essere anche sociale”
Una filiera è sostenibile solo se lo è per tutti: per chi produce, per chi lavora, per le imprese e per i territori. È questo il messaggio lanciato dalla conferenza “COLTIVARE FUTURO – Lavoro, legalità e valore nelle filiere agroalimentari”, organizzata e promossa da Filiera Futura e Fondazione CRC, in collaborazione con il partner tecnico Weco Impresa Sociale. L’evento si è tenuto mercoledì 23 settembre a Torino, presso il Mercato del Corso di Campagna Amica – Casa Coldiretti, nel contesto di Terra Madre – Salone del Gusto 2026.
La filiera agroalimentare italiana genera valore, occupazione e sviluppo per tutto il Paese: oltre 620 miliardi di euro, pari al 15% del Pil considerando anche distribuzione, ristorazione, logistica, trasporto e intermediazione. Alla base di questa straordinaria filiera ci sono le imprese, i territori e soprattutto il lavoro di quasi un milione di persone. Ma non sempre la ricchezza generata viene distribuita in modo equilibrato.
Margini ridotti, volatilità dei prezzi, difficoltà di accesso al credito e cambiamenti climatici rendono più vulnerabili soprattutto le imprese agricole più piccole. Le fragilità economiche e sociali che ne derivano possono aprire spazi a intermediazione illecita, sfruttamento e criminalità, penalizzando i lavoratori e le imprese che operano correttamente. I numeri sono significativi: il giro d’affari delle agromafie stimato nel 2025 è stato di 25,2 miliardi di euro, ed è raddoppiato rispetto ai 12,5 miliardi del 2011. Ben 589 inchieste su 938 condotte nel 2024 riguardano il settore primario.
In questo contesto, a essere maggiormente esposte sono le persone il cui stato di bisogno è aggravato dalla precarietà economica, abitativa o giuridica. È il caso di molta manodopera straniera, diventata una componente strutturale dell’agricoltura italiana: se 1 lavoratore su 5 impegnato nei campi è straniero, le indagini dicono che l’86% dei lavoratori sfruttati sono provenienti da Paesi Extra UE. Lo sfruttamento del lavoro agricolo non è una deviazione marginale: è un problema strutturale, che interroga il funzionamento delle filiere in ampie zone del Paese. Affrontarlo richiede di uscire dalla logica dell’emergenza e guardare ai meccanismi economici e organizzativi che rendono lo sfruttamento economicamente conveniente per una parte degli attori. Significa chiedersi come si costruisce un’agricoltura socialmente giusta e chi deve farsene carico.
Partendo dall’analisi delle principali criticità legate alle condizioni di lavoro nelle filiere agricole, il convegno ha allargato lo sguardo ai modelli di governance e alle condizioni che consentono di costruire sistemi produttivi capaci di coniugare sostenibilità economica e giustizia sociale. Il confronto ha messo in dialogo esperienze concrete, prospettive normative e scenari futuri, con particolare attenzione alle trasformazioni demografiche e migratorie e al loro impatto sul mercato del lavoro agricolo. Un’occasione preziosa per interrogarsi anche sul ruolo che possono svolgere le fondazioni di origine bancaria e tutti gli attori coinvolti nella costruzione di filiere più giuste.
Dopo i saluti istituzionali di Francesco Cappello, Presidente Filiera Futura e Vicepresidente Fondazione CRC, Barbara Nappini, Presidente Slow Food Italia, e Giorgio Righetti, direttore generale di ACRI, è stato letto un messaggio inviato da Gian Carlo Caselli, Presidente del Comitato Scientifico Fondazione Osservatorio Agromafie. “Parlare di agricoltura significa parlare del cibo che arriva sulle nostre tavole, ma anche delle persone, dei territori e delle condizioni sociali ed economiche che rendono possibile quel cibo – ha scritto il Procuratore Caselli –. Non può esserci vera qualità senza rispetto dei diritti; non può esserci sostenibilità senza giustizia; non può esserci futuro se lungo la filiera qualcuno viene sfruttato o se il valore prodotto non viene distribuito in modo equo. Le agromafie prosperano dove esistono fragilità, lavoro irregolare, opacità e disuguaglianze. Per questo contrastarle non significa soltanto reprimere i reati, ma costruire filiere più trasparenti, responsabili e capaci di riconoscere il giusto valore al lavoro agricolo. “Coltivare futuro” significa dunque assumere una responsabilità comune: istituzioni, imprese, lavoratori, consumatori e società civile devono contribuire alla costruzione di un sistema agroalimentare fondato sulla legalità, sulla sostenibilità e sulla dignità del lavoro. Ringrazio Filiera Futura, la Fondazione CRC e tutti i promotori per aver creato questo spazio di confronto, convinto che dal dialogo e dalla collaborazione possano nascere strumenti concreti per un’agricoltura più giusta, sostenibile libera dallo sfruttamento”.
Stefano Liberti, ricercatore della Fondazione Osservatorio Agromafie, ha presentato una fotografia nazionale delle principali criticità legate alle condizioni di lavoro nelle filiere agricole e un approfondimento sull’evoluzione del quadro normativo, con particolare attenzione a come si stanno muovendo l’Italia e l’Unione Europea.
Nella successiva tavola rotonda è andato in scena un confronto tra esperienze e modelli concreti di governance, esplorando possibilità e strumenti attraverso cui costruire filiere socialmente giuste. Si sono confrontati Yvan Sagnet, fondatore dell’Associazione NoCap, Maria Cristina Galeasso, co-fondatrice di Weco Impresa Sociale, Romano Magrini, Capo Area Lavoro e Relazioni Sindacali di Coldiretti, e Giada Drocker, referente comunicazione progetto TFT-Trasformare la fascia trasformata.
Lo scenario futuro è stato delineato da Maurizio Ambrosini, Professore Ordinario di Sociologia presso Università degli Studi di Milano, che ha descritto le prospettive rispetto ai fenomeni migratori in corso e futuri e il loro impatto sul mercato del lavoro agricolo. Le conclusioni sono state affidate a Roberto Moncalvo, Consigliere di Filiere Futura.
Le voci dei relatori
Francesco Cappello, Presidente Filiera Futura e Vicepresidente Fondazione CRC,
«Con questo convegno Filiera Futura ha voluto portare al centro del confronto una dimensione essenziale della sostenibilità delle filiere agroalimentari: la qualità e la dignità del lavoro. Per la nostra Associazione significa innanzitutto accrescere la consapevolezza e la capacità di lettura di fenomeni complessi, mettendo in dialogo competenze, esperienze territoriali e punti di vista diversi. L’incontro di Torino non rappresenta quindi un punto di arrivo, ma l’avvio di un percorso: vogliamo capire come la rete delle fondazioni e degli altri soggetti che compongono Filiera Futura possa contribuire a promuovere soluzioni concrete e condivise, capaci di tenere insieme competitività delle imprese, tutela delle persone e sviluppo dei territori. Perché l’innovazione delle filiere non può essere soltanto produttiva o tecnologica: deve essere anche sociale».
Stefano Liberti, ricercatore Fondazione Osservatorio Agromafie
«Il caporalato non è soltanto una pratica criminale da reprimere, ma il sintomo di una filiera che presenta profonde disfunzioni economiche e istituzionali. Quando la pressione sui prezzi e sui margini viene trasferita sul costo del lavoro e quando i servizi pubblici non riescono a garantire un efficace incontro tra domanda e offerta, l’intermediazione illegale finisce per colmare, in modo distorto e sfruttatore, un vuoto di mercato e di istituzioni. Per questo contrastare il caporalato significa intervenire non solo sullo sfruttamento, ma anche sulle condizioni economiche e organizzative che lo rendono possibile e conveniente».
Giada Drocker, referente comunicazione progetto TFT-Trasformare la fascia trasformata
«Il progetto ‘TFT- Trasformare la Fascia Trasformata’ sostenuto da Fondazione con il Sud, ha agito con forza su tre direttrici integrate — socio-educativa, ambientale e di filiera — per risanare un territorio complesso segnato da grave marginalità sociale, sanitaria e lavorativa, come quello di Marina di Acate, in Sicilia, nel Ragusano. L’intervento ha garantito dignità a oltre 50 nuclei familiari guidati verso l’autonomia e l’alloggio stabile, e ha coinvolto 37 aziende agricole per monitorare il lavoro e promuovere la sostenibilità etica. Questo cambiamento strutturale è stato reso possibile grazie all’azione coesa di un team multidisciplinare che ha operato in forte sinergia sul campo. La vera chiave del successo è stata la fiducia che gli operatori si sono conquistati giorno dopo giorno: un capitale umano prezioso capace di superare barriere, isolamento e diffidenze in un contesto sociale estremamente sfidante».
Yvan Sagnet, Fondatore dell’Associazione NoCap
«NoCap nasce dalla lotta al caporalato, ma con una convinzione precisa: non basta denunciare, bisogna passare dalla protesta alla proposta. In questi anni abbiamo costruito un modello che mette insieme lavoratori, imprese, produttori, grande distribuzione, istituzioni e società civile. Lo sfruttamento, infatti, non è responsabilità di un solo anello, ma riguarda l’intera filiera. Per questo lavoriamo su lavoro regolare, trasporti, abitazione, formazione e inclusione. Una filiera davvero etica è possibile solo se ciascun attore si assume la propria parte di responsabilità».
Romano Magrini, Capo Area Lavoro e Relazioni Sindacali di Coldiretti
«ll contrasto al caporalato deve essere senza sconti, perché chi sfrutta i lavoratori danneggia anche le migliaia di imprese agricole italiane che rispettano le regole e applicano i contratti e che rappresentano la stragrande maggioranza del settore agricolo. La Legge 199 fortemente voluta da Coldiretti ha rappresentato un passaggio importante, ma alla repressione occorre affiancare una vera politica di prevenzione. I lavoratori stranieri sono indispensabili per la nostra agricoltura. Gli ingressi programmati sulla base delle reali esigenze delle imprese, devono poter arrivare in Italia rispettando i tempi per cui sono stati richiesti. Occorre, inoltre, rafforzare la formazione e un piano strutturale per trasporti e alloggi. Le esperienze di agricoltura sociale dimostrano che le campagne possono favorire anche inclusione e integrazione. Garantire sicurezza, salari adeguati e lavoro dignitoso significa colpire l’illegalità e, allo stesso tempo, sostenere le aziende sane, oggi alle prese con carenza di manodopera, costi crescenti e troppa burocrazia».
Maria Cristina Galeasso, co-fondatrice di Weco impresa sociale
«L’esperienza di Accademia della Vigna ci ha mostrato che è possibile coniugare le esigenze delle imprese con la qualità e la dignità del lavoro, costruendo percorsi concreti di formazione, inserimento lavorativo e inclusione. Ma i singoli progetti, da soli, non bastano: servono soluzioni di sistema, capaci di intervenire sulle condizioni che rendono il lavoro fragile, dal reclutamento alla casa, dai trasporti alla formazione. È una responsabilità che deve essere condivisa da tutti gli attori della filiera — imprese, istituzioni, organizzazioni sociali e rappresentanze del lavoro — perché una filiera può dirsi davvero sostenibile solo se lo è anche per le persone che vi lavorano».













