Ispirazioni

Vertical Farm Italia, l’orto verticale su misura che produce ortaggi e rigenera spazi abbandonati

Salvina Elisa Cutuli
Salvina Elisa Cutuli
30 Novembre 2023
9' di lettura

Da un’idea dell’ingegnere Matteo Benvenuti nasce Vertical Farm Italia, per diffondere nuove strutture produttive verticali, creare una rete ad integrazione e supporto dell’attuale sistema agricolo e garantire una maggiore autosufficienza e sostenibilità delle comunità.

Tra le innovazioni tecnologiche che permettono di utilizzare lo spazio in modo efficiente, contribuendo a preservare il terreno agricolo, ridurre la necessità di pesticidi, le emissioni associate al trasporto di prodotti agricoli a lunga distanza e la dipendenza da importazioni, e promuovere l’agricoltura locale ci sono le vertical farm.  

Strutture che permettono la produzione di ortaggi, ma anche specie animali, di altissima qualità e prive di sostanze chimiche nocive, come il nichel, che grazie all’uso di tecniche di coltivazione fuori suolo, a ciclo chiuso e in ambiente controllato, consentono una produzione agricola intensiva sostenibile, con risparmio idrico del 90% rispetto alla coltivazione in campo aperto. 

Sebbene le ricerche sulle vertical farm siano esplose a partire dal 2008, i primi concept di fattorie verticali sono stati immaginati agli inizi del ‘900. Tuttavia le prime vere vertical farm sono state costruite nei primi anni 2000 in Giappone e nel Sud-Est Asiatico e poi dal 2010 hanno iniziato a diffondersi in tutto il mondo ad un ritmo sempre più crescente. 

DAL PICCOLO PRINCIPE ALLA VERTICAL FARM

Vertical Farm Italia è nata proprio in Italia, grazie a un’idea di Matteo Benvenuti, ingegnere civile edile specializzato in progettazione architettonica, che ha cominciato ad approfondire questo tema durante il lavoro di tesi, dedicato alla realizzazione di un prototipo di città sostenibile e autosufficiente nel deserto del Marocco. La città di riferimento è Tarfaya, bagnata dall’Oceano Atlantico da un lato e dall’altro lambita dal deserto del Sahara, dove Saint-Exupéry ha scritto il Piccolo Principe.

«Nel 2010 si cominciava a progettare smart city e città sostenibili, decidemmo di sviluppare un progetto un po’ diverso che passasse per il modello dell’oasi, esempio di insediamento umano ancestrale, sostenibile e autosufficienza per natura e per come è stato concepito, e integrare all’interno di questa città una infrastruttura verde che oltre ad essere un parco potesse servire anche per la mitigazione del clima, contrastare l’avanzata del deserto e produrre cibo ed economia all’interno della città. Un misto di conoscenze tradizionali, ad esempio orti urbani e palmeti che hanno sempre permesso la sopravvivenza nel deserto, con le nuove tecnologie delle vertical farm» racconta Matteo Benvenuti.

Una città sostenibile, ovvero in grado di creare e/o ricreare legami con il proprio ambiente. Proprio come spiega la volpe al Piccolo Principe in un passo del libro, quando le chiede il significato della parola “addomesticare”, solitamente intesa come dominare, prendere il sopravvento su qualcuno o qualcosa, mentre, al contrario, vuol dire appunto creare legami.

Ci si dimentica di vivere in un ambiente che per quanto grande è comunque finito. È necessario quindi fare i conti con questa finitezza del mondo e delle risorse per poter essere resilienti, inserire la dimensione temporale nel tema della sostenibilità e poter mantenere il nostro stato nel tempo e nelle epoche, mantenere la nostra sopravvivenza, proprio come fanno le piante. 

«L’idea originaria sviluppata nel lavoro di tesi si è evoluta in altre forme ed è nato l’interesse verso le vertical farm come motori di sviluppo di aree abbandonate. È accaduto a Perugia, ad esempio, dove è stata recuperata una parte abbandonata della periferia, l’area dell’ex mercato ortofrutticolo. Io affronto il tema delle vertical farm da progettista e non da ingegnere che sviluppa una macchina, cerco quindi di trovare il modo di dare valore a questo strumento, e non solo per produrre cibo» continua Matteo Benvenuti.

COME FUNZIONA UNA VERTICAL FARM

Nelle vertical farm è possibile coltivare molte piante, si fa ancora fatica con quelle di grosse dimensioni che necessitano di esigenze e spazi particolari. Le piante vengono inserite in specifici alloggiamenti, usando un substrato inerte come medium dove le radici si possono ancorare, e vengono irrorate costantemente con acqua e una soluzione nutritiva. Si tratta di coltivazioni prive di metalli pesanti e quindi adatte a chi, ad esempio, è allergico al nichel. 

La vertical farm è un ambiente chiuso, isolato dal mondo esterno, al cui interno si inserisce un impianto di coltivazione idroponico verticale che sfrutta l’altezza dello spazio, tenuto ad una condizione di temperatura e umidità stabili e costanti durante tutto l’anno. Un sistema del genere non ha bisogno di occupare terreno fertile, anzi si può applicare per recuperare spazi urbani che in qualche modo non sarebbero utilizzabili per la produzione agricola e alimentare: dal terreno contaminato, al terreno cementificato, all’edificio abbandonato. Potendo riconvertire questi spazi urbani è possibile creare cibo per le comunità e, se sviluppate in un certo modo, potrebbero rendere autosufficiente le comunità che stanno intorno anche con il loro stesso coinvolgimento, creando quindi un valore aggiunto al livello sociale.

«Sono strumenti utili a produrre cibo, poi come questi vengono inseriti all’interno dei contesti ne determina il valore particolare. Nel mondo ci sono vertical farm che sono veri e propri edifici industriali con catene di montaggio che producono insalate destinate alla grande distribuzione, ma ne esistono anche di altro tipo. Noi abbiamo da poco inaugurato la Tunnel Farm, la prima vertical farm sotterranea di Italia di proprietà pubblica sostenuta dal Ministero della Cultura, dal Demanio e dalla Soprintendenza. Un esempio di vertical farm usato per recuperare e ridare vita a luoghi abbandonati e restituirli alla città. Dal punto di vista dell’utilizzo della coltivazione è uno dei pochi esempi al mondo, ne esistono a Londra e in Giappone» continua Matteo. 

LA TUNNEL FARM NELLA VALDICHIANA

Nel cuore della Valdichiana, sotto le secolari mura di Torrita di Siena, è stato riaperto un tunnel misterioso che nasconde una storia dimenticata. Sotto il centro storico era stato scavato un rifugio antiaereo che ha origini medievali, un tunnel di 200 metri con due accessi. In uno dei due lati è stata installata una vertical farm e in 6 metri quadri vengono coltivati 530 ortaggi da foglia e 24 da frutto, insalate, prezzemoli, radicchi, sedani, pomodori, cetrioli e peperoncini, consumando pochissima energia se non quella necessaria per accendere le luci di coltivazione necessarie per la fotosintesi. La temperatura, intorno ai 20 gradi, raggiunge i 24 gradi grazie al calore dissipato da queste luci e si mantiene costante durante tutto l’anno. Lo spazio è isolato dall’esterno tramite delle pareti vetrate. 

«Noi andiamo a progettare la vertical farm sulle specifiche esigenze del committente. Questo tunnel era un luogo quasi leggendario, i ragazzi della mia generazione ne avevano solo sentito parlare dai propri nonni che lo aveva utilizzato, ma non era accessibile. Il Comune ha proposto una riqualificazione unendo innovazione e tradizione. È nato anche un museo aperto al pubblico che racconta l’evoluzione della Valdichiana senese, dalle origini al presente, attraverso l’agricoltura che ha plasmato e continuerà a plasmare il paesaggio, frutto dell’azione dell’uomo» conclude Matteo. 

Le piante della Tunnel Farm avrebbero bisogno di un orto di almeno 50 mq e non avrebbero un ciclo di produzione continua durante l’anno come avviene, invece, nella vertical farm installata. Alcuni volontari gestiscono la parte relativa all’orto e gli ortaggi coltivati vengono donati alla mensa comunale e alle famiglie del luogo più bisognose.  

Un esempio di futuro che guarda all’innovazione, dando nuova vita ai luoghi e alla loro storia e creando anche un valore sociale.

L'autore

Salvina Elisa Cutuli

Giornalista esperta di arte, storia, alimentazione e ambiente, è socia della Aps Italia che Cambia e Project manager di Storie da seminare