Ispirazioni

Siccità e agricoltura, una riflessione in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 

Salvina Elisa Cutuli
Salvina Elisa Cutuli
22 Marzo 2023
10' di lettura

Il 22 marzo si celebra la giornata mondiale dell’acqua, un’occasione per ricordare e rendersi conto dei cambiamenti climatici in atto e delle conseguenze devastanti sull’agricoltura dovute anche alla mancanza di acqua. È ancora possibile trovare alternative e strategie? Sembra proprio di sì. Le soluzioni esistono, serve non indugiare ulteriormente. 

A settembre del 2022 Coldiretti segnalava che «la peggiore siccità in Europa da 500 anni stava costando all’agricoltura italiana 6 miliardi di danni pari al 10% della produzione agroalimentare nazionale, a cui aggiungere gli effetti catastrofici legati alla mancanza d’acqua, dal dilagare degli incendi e allo scioglimento dei ghiacciai». L’estate del 2022 è stata per l’Europa la più siccitosa dal 1540. 

Quella del 2023 si prospetta altrettanto, se non peggio. Precipitazioni dimezzate ovunque e temperature al di sopra della norma stanno avendo conseguenze catastrofiche. La coltivazione del riso fornisce in merito esempi significativi. A causa della siccità si stima che nel 2023 in Italia ne saranno coltivate quasi 8 mila ettari in meno, per un totale di appena 211 mila ettari. Il riso è una coltura che per crescere e garantire l’equilibrio ambientale e faunistico di interi territori ha bisogno di acqua. Il crollo di oltre il 30% della produzione sta spingendo gli agricoltori ad abbandonare le risaie con effetti preoccupanti sull’ecosistema, l’economia e l’occupazione.

Oggi, 22 marzo, come ogni anno, si celebra la giornata mondiale dell’acqua per ricordare a tutti l’importanza di arginare la crisi idrica mondiale e per frenare i rapidi cambiamenti climatici in corso. 

Non mancano gli appelli da più fronti che spingono al risparmio dell’acqua per usi non prioritari, considerando anche il forte rischio di aggravamento per esaurimento delle risorse. 

Un problema che non fa distinzioni geografiche e che riguarda il sud quanto il nord. La siccità del Po resta critica, in Sicilia il Lago Pozzillo, bacino artificiale tra i più estesi dell’isola, oggi contiene meno di 6 milioni di metri cubi d’acqua, contro una capacità complessiva di 150,5 milioni. Perdita di suolo fertile, crollo del settore primario, crisi dei prezzi degli alimenti, perdita di lavoro nel settore agricolo e zootecnico, destabilizzazione economica e di conseguenza sociale saranno alcune delle conseguenze a cui dovremo abituarci.

Quali sono le alternative e le strategie per riuscire a superare questo ostacolo a prima vista insormontabile?

Da tempo si discute del Piano Laghetti, un programma promosso nell’autunno del 2021 dall’ANBI – l’associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ovvero l’ente che coordina tutti i consorzi di bonifica italiani – e Coldiretti, come grande opera di prevenzione in vista della possibile carenza di acqua. 

Secondo i dati diffusi dall’ANBI, ogni anno in Italia cadono circa 300 miliardi di metri cubi di acqua di cui si riesce a trattenere soltanto l’11%. In Spagna, invece, il 35 per cento. L’introduzione di innovazioni tecnologiche e di un’agricoltura di precisione ha sicuramente ridotto il fabbisogno idrico in agricoltura, ma la siccità sta annullando questi vantaggi.  

Il piano laghetti dovrebbe sfruttare tutta l’acqua che oggi si disperde attraverso la realizzazione di 4.000 invasi “consortili”, costruiti dai consorzi di bonifica, e 6.000 invasi fatti dalle aziende agricole. 10.000 bacini artificiali di piccole dimensioni e con un basso impatto ambientale che non prevedono opere in cemento o l’interruzione di corsi d’acqua.

Dei 10.000 progetti del piano complessivo, già dallo scorso anno 223 potevano essere costruiti, ma al momento ne sono stati inaugurati molti meno. La divisione spesso confusa delle competenze all’interno del governo, ma anche tra regioni, province e consorzi di bonifica non aiuta di certo. 

In Sardegna, ad esempio, grazie alla legge 19 approvata nel 2006 è stato ridefinito il sistema di gestione dell’acqua affidandolo ad un’unica autorità. Prima di allora, la Sardegna aveva un sistema simile a quello esistente in altre regioni italiane. Grazie a questa legge, la scorsa estate, nonostante la siccità e le temperature elevate, la prolungata mancanza di acqua non ha provocato importanti problemi. 37 dighe che creano bacini artificiali per un totale di 1,8 miliardi di metri cubi di acqua, 200 chilometri di canali e 50 impianti di pompaggio. Da questo complesso sistema idrico dipende il 74% delle forniture totali, una percentuale molto più alta rispetto alle altre regioni. Il sistema padano, ad esempio, dipende soltanto per il 3,2% dell’acqua dei laghi artificiali

In mancanza di piogge siamo certi che questo sistema possa bastare?

Secondo Angelo Passalacqua, detto anche il BioPatriarca, il titolo che la Regione Puglia gli ha conferito nel 2017, no.

«Io vivo da sempre in una zona con scarsità d’acqua, la scelta di coltivare senza acqua è stata imposta. Ho imparato da chi mi ha preceduto a selezionare le varietà di semi che si prestano all’aridocoltura. Sono tanti ormai gli studi scientifici al riguardo che dimostrano quanto si conosceva prima solo in maniera empirica. Questi semi sarebbero molto utili anche in zone dove fino ad ora non sono stati utilizzati». 

Angelo è uno scrigno vivente di biodiversità, coltiva da 40 anni senza irrigare, adottando una tecnica andata persa con l’avvento dell’agricoltura industriale che ha imposto altre varietà di semi che necessitano di acqua e concimi. Dal suo punto di vista la costruzione di bacini dove raccogliere l’acqua è una soluzione temporanea che non può bastare in mancanza di piogge. Un’agricoltura distruttiva, come è accaduto intorno al Lago d’Aral, prosciuga le risorse idriche delle zone intorno generando un vero e proprio deserto. Bisogna andare più in profondità per trovare dell’acqua, in alcuni casi salmastra e inquinata difficile da usare. 

«Dobbiamo ripulire l’acqua attraverso un’agricoltura che ritorni a riequilibrare il terreno – racconta Angelo -. Molti agricoltori hanno abbandonato centinaia di varietà di semi in nome di una maggiore produttività. Io coltivo cereali, verdura e frutta senza irrigare. Bisogna cercare di essere autosufficienti nella riserva dei semi e per l’acqua. In regioni come la Puglia, la Sardegna, la Sicilia e nella fascia mediterranea è possibile, con lavorazioni minime del terreno, avere acqua dove di solito non c’è. Lo stesso principio che viene applicato nel deserto. Con la presenza di rocce, un “segreto” dell’aridocoltura, l’acqua si nasconde sotto, condensa di notte e procura l’umidità necessaria alla pianta. Lo stesso sistema usato dagli Incas. Abbiamo buttato via l’esperienza di secoli, pensavamo di poter fare a meno della natura, e invece… La terra non è un contenitore dove mettere semi e raccogliere, è un essere vivente! Chi fa agricoltura convenzionale non so se riuscirà a fronteggiare questa crisi, ha poco tempo a disposizione tra siccità e gelate tardive. Queste ultime ci sono sempre state e nelle nostre zone un tempo si coltivavano varietà con maturazione tardiva, al contrario delle varietà apprezzate dai consumatori che vanno contro il ciclo naturale».

Secondo Angelo esiste un patrimonio sterminato conservato nelle banche genetiche italiane, le seconde in Europa dopo quelle dell’Inghilterra, a cui è possibile accedere e da cui trarre “ricchezza”. Ma serve farlo subito e soprattutto serve rispettare la terra.

Del suo stesso parere è Arianna Occhipinti, viticoltrice dell’azienda agricola che porta il suo nome nella contrada storica di Cerasuolo a Vittoria, in provincia di Ragusa. Negli anni ha ripreso in mano alcune tecniche ormai abbandonate che si discostano dal processo di industrializzazione che anche il campo dell’enologia ha subito generando conseguenze devastanti, puntando più alla bellezza del frutto che alla qualità.

«Il lavoro dell’agricoltore non è togliere, ma restituire qualcosa alla terra, quell’equilibrio che si crea spontaneamente. Io non irrigo, ho fatto una scelta ben precisa di indipendenza della pianta dall’uomo e dall’eccesso di acqua. Le radici vanno in profondità e dalla roccia assorbono tutto ciò di cui hanno bisogno. Il mio è un percorso di rispetto nei confronti del territorio e del suolo, un’agricoltura sana che permette una produzione limitata». 

Tra i vari filari di viti della sua azienda si raccoglie in modo naturale anche un vino con gradazioni alcoliche basse, che per freschezza ed eleganza non ha niente in meno rispetto ai vini di altri luoghi in cui si anticipa la maturazione per avere le stesse caratteristiche. Arianna dice di non avere alcuna formula segreta, solo un dialogo silenzioso e autentico con la terra.

Ascolto e rispetto, insieme a innovazione e buon senso, sono tra gli ingredienti più importanti per poter superare le sfide di un mondo in cerca di un nuovo equilibrio. Le soluzioni esistono, serve non indugiare ulteriormente.

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L'autore

Salvina Elisa Cutuli

Giornalista esperta di arte, storia, alimentazione e ambiente, è socia della Aps Italia che Cambia e Project manager di Storie da seminare