In parecchie regioni italiane, da dieci anni a questa parte, in tanti hanno puntato a valorizzare e usare i grani locali tradizionali soppiantati, nel tempo, dai grani moderni preferiti dalle industrie alimentari. Una scoperta che permette di tutelare un immenso patrimonio culturale e agronomico.
Il grano, determinante nel soddisfare i bisogni alimentari dell’uomo nei millenni, ha sempre avuto un grande impatto nella storia dei popoli. Dalla zona della Mezzaluna Fertile, dove si è sviluppato grazie alle temperature miti, si è diffuso ovunque e dal neolitico ad oggi ha condizionato molti eventi e momenti storici, oltre agli assetti geopolitici mondiali. Per i Romani, ad esempio, è diventato un fattore decisivo economico-alimentare oltre che strategico-militare: la Sicilia è stato il Granaio d’Italia, centro vitale per la ricchezza e la prosperità dell’impero.
Ed è proprio da qui che partiamo per un breve viaggio alla scoperta dei grani tradizionali e locali che, negli anni, sono stati totalmente sostituiti da grani “moderni”, che hanno perso molti dei valori nutrizionali originari, dalle industrie alimentari per accorciare i tempi di produzione. Per farlo, è stato aumentato l’indice di glutine che il nostro intestino non riconosce e non digerisce. Oggi la produzione industriale punta a creare frumenti con un indice di glutine alto, mentre quelli con un basso indice, di solito i grani tradizionali, sono classificati come scarsi.
In Sicilia nel 1927 è stata istituita una Stazione Sperimentale di Granicoltura dove si conservano parte dei semi autoctoni siciliani a rischio di estinzione. Una specie di banca dati alla quale attingere in caso di malattie dei grani moderni, modificati attraverso una mutagenesi. Un patrimonio importantissimo che consente di continuare a produrre cibo in Sicilia e conservare la biodiversità locale frutto dell’esperienza millenaria della comunità rurale.
Giuseppe Li Rosi, agricoltore, cultore e custode della terra e della cultura rurale, poco più di dieci anni fa ha convertito tutta la porzione della propria azienda coltivata a cereali, circa 100 ettari, in grani autoctoni siciliani. Ma non è il solo, sono in molti, soprattutto giovani, a incentivare la valorizzazione delle sementi tradizionali. Una tendenza sempre più diffusa ovunque in Italia.
Superando lo Stretto, nell’area grecanica in Calabria, si scopre infatti che è in atto lo stesso processo. A raccontarlo è Mariella Crucitti, presidente della condotta Slow Food di Reggio Calabria Area Grecanica. «Quando abbiamo cominciato a occuparci di grano, poco più di dieci anni fa, qui da noi si era persa questa tradizione anche a seguito dell’abbandono delle aree interne e delle campagne. Abbiamo cominciato un’attività di sensibilizzazione sulla valorizzazione di sementi tradizionali sulla scia dell’attenzione mediatica generata dalla trasmissione Report, che aveva dedicato una puntata al tema».
All’epoca erano solo 20 gli ettari dell’intera provincia di Reggio Calabria ad essere destinata alle produzioni di grani tradizionali come il grano Iurmano, una varietà di segale, Semeto e Senatore Cappelli per il grano duro, e Maiorca per il grano tenero. Si era diffusa l’idea tra fornai e pastai che era meglio acquistare e usare le farine moderne per ottenere un prodotto ogni giorno uguale, perdendo così l’unicità dei sapori e dei profumi. A distanza di dieci anni sono circa 100 gli ettari coltivati con grani tradizionali e sempre più fornai e pastai cominciano a comprenderne il valore.
L’iscrizione nel registro nazionale delle sementi e il riconoscimento come specie unica della varietà “Secria” e “Rosìa” ha senz’altro contribuito in un maggiore interesse, ma si deve soprattutto alle giovani generazioni se questo immenso patrimonio culturale e agronomico oggi è maggiormente tutelato. Daniele Perrone, ad esempio, seguendo la tradizione della nonna centenaria, si è appassionato ai grani tradizionali e ha avviato una produzione sempre più in espansione. Lo stesso è accaduto per Olimpia Maesano. Con alle spalle un’eredità familiare, oggi è la portavoce della comunità Slow Food per la valorizzazione dei grani tramandati in Aspromonte.
E spostandoci ancora un po’ più al nord a Sogliano al Rubicone, tra Forlì e Cesena, troviamo Stefano Pransani, nipote e figlio di mugnai: il nonno, lo zio e il “babbo” avevano acquistato un mulino dove hanno esercitato la loro professione fino agli anni Settanta. Il papà da solo non riusciva a portare avanti l’attività e nel frattempo le strutture industriali avevano preso il sopravvento, rendendo difficile la gestione di un’azienda familiare di questo tipo.
Dopo gli studi in agraria, un giovanissimo Stefano, nel 1995, ha acquisito l’azienda agricola del nonno e cominciato ad approfondire la sua conoscenza sui grani antichi e la possibilità di ricavarne delle farine. Dopo le prime sperimentazioni nei suoi terreni, ha deciso di recuperare il vecchio mulino e cercato di convincere gli agricoltori della zona a coltivare anche loro grani antichi per poi acquistarlo, trasformarlo e vendere sul mercato il prodotto finito. Un progetto di filiera locale, di recupero del territorio e della varietà di grani antichi che ha fatto da apripista in tempi non sospetti e che continua ancora oggi a procedere a passo spedito.
Quelle di Stefano, Olimpia, Daniele e Giuseppe sono solo alcune delle tante storie sparse per l’Italia che raccontano dell’intuizione ma anche del desiderio di guardare al futuro con innovazione e tradizione, nel rispetto della Terra, dei suoi processi e dei suoi prodotti.





