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Dagli Etruschi al Giappone: come la tradizione del vino lucchese si proietta nel futuro

Andrea Degl’Innocenti
Andrea Degl’Innocenti
25 Giugno 2024
8' di lettura

Crisi climatica, tensioni geopolitiche e nuovi stili di consumo presentano sfide inedite per le imprese vitivinicole. Per sostenere questa delicata missione di rilanciare la crescita dei territori, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, nell’ambito del programma Terra & Tech ideato da Filiera Futura e dall’incubatore del Politecnico di Torino I3P, ha ospitato un momento di ascolto e confronto con l’obiettivo di identificare soluzioni innovative per le sfide della filiera, dal lavoro in vigna al marketing e alle cantine.

Pare che le colline lucchesi fossero coltivate già dagli Etruschi, ancor prima dei Romani. Documenti anteriori all’anno Mille le descrivono come “rivestite di vigne”. Eppure per molti anni il vino della provincia di Lucca è stato un prodotto poco considerato dal mercato internazionale, destinato al consumo locale o al massimo alla vendita per i turisti. Da qualche anno però le cose sono cambiate.

«A Lucca si fa vino da sempre – spiega Andrea Elmi, Presidente di Coldiretti Lucca e produttore di vino con la sua azienda “La maestà della formica” –. C’è una tradizione legata ai Borboni, facciamo vino quindi con qualità francesi». 

Tuttavia, per molto tempo il vino della provincia lucchese è stato un vino “da damigiana”, che si vendeva perlopiù sfuso per un consumo locale. «Poi – continua Elmi – negli ultimi 40 anni le aziende hanno cominciato a imbottigliare, e nell’ultima decina d’anni il prodotto è cresciuto molto, soprattutto in termini qualitativi, seguendo un andamento del mercato molto favorevole alle caratteristiche del nostro vino». 

L’incontro Terra&Tech di Lucca è stata l’occasione per molti produttori di vino di incontrarsi e parlare di criticità e opportunità legate alla produzione di vino nel territorio, oggi. Qual è dunque la situazione del vino a Lucca e provincia, oggi? 

PICCOLO È BELLO

La produzione di vino, nel lucchese, ha alcune peculiarità particolarmente adatte al mercato attuale. Le piccole dimensioni del territorio in cui si coltiva, e una storica parcellizzazione dei terreni, assieme a caratteristiche collinari che li rendono piuttosto difficili da coltivare, hanno portato ad aziende dalle dimensioni medio-piccole e allo sviluppo, in maniera pionieristica, di molte aziende biologiche e soprattutto biodinamiche, riunite nella rete Lucca Biodinamica, una realtà pionieristica nel nostro paese da questo punto di vista.  

«Siamo un’anomalia – spiega Moreno Petrini, presidente del Consorzio delle Colline Lucchesi e proprietario dell’azienda vitivinicola Tenuta di Valgiano, che produce vino biodinamico –. Quando nel 1968 è stata fatta la legislatura delle DOC, e con Colline Lucchesi siamo stati fra i primi a vederci riconosciuta questa denominazione – avevamo 420 ettari di vigna a superficie DOC. Oggi ne abbiamo 430». 

Una situazione cristallizzata, per via di un fatto storico: «Lucca è stata una Repubblica governata da 360 famiglie e quindi il terreno e la proprietà è sempre stata molto parcellizzata, rimasta più o meno invariata nei secoli. Per anni questa nostra dimensione è stata un limite – e in parte lo è ancora – ma oggi è anche un punto di forza perché viviamo in un momento storico dove c’è più sensibilità rispetto all’artigianalità del prodotto».

UNA CONGIUNTURA FAVOREVOLE

Il cambiamento climatico è una delle principali minacce alla produzione di vino a livello globale, vero e proprio spauracchio dei viticoltori. Sta spostando verso l’alto i terreni coltivabili, rende i vini più alcolici e liquorosi per via della siccità, facilita il proliferare di muffe e lieviti dannosi. 

Sebbene il clima che cambia rappresenti una incognita e una minaccia anche nel lucchese, alcune caratteristiche del territorio lo rendono meno sensibile a questo problema. «Nella provincia di Lucca abbiamo una situazione abbastanza anomala – spiega Petrini – perché è una zona molto piovosa, risentiamo meno della siccità. Paradossalmente alcune aree a nord della provincia, come la Garfagnana, forse hanno persino beneficiato del cambiamento climatico perché i vigneti sono in altitudine, e godono adesso di un clima più mite».

Il clima favorevole ha permesso di continuare a produrre vini piuttosto leggeri, freschi, eleganti. Caratteristiche che si sposano perfettamente con le tendenze attuali del mercato, soprattutto se associate all’attenzione alla qualità, la tendenza al biologico e biodinamico e le piccole dimensioni delle aziende.

«Questa congiuntura – continua Elmi – ha portato l’attenzione anche in zone dove si era sempre fatto un po’ più fatica. Anche la mia azienda, nonostante sia piccola e di recente costituzione, esporta negli Stati Uniti, in Giappone, in Sudamerica. C’è una grande richiesta dal mercato estero di questo tipo di vino».

Richiesta estera a cui si affianca, come bacino praticamente inesauribile, quella interna alla provincia, proveniente dalla Versilia, una delle zone più vocate al turismo e con una maggiore densità di ristoranti d’Italia.

IL FUTURO, FRA CRITICITÀ E INNOVAZIONE 

Pur non accusando il colpo della siccità, esistono altre sfide collegate alla crisi climatica. Ad esempio la peronospora, un parassita che attacca le vigne e fa marcire le piante. Proprio il clima piovoso alimenta questa malattia, che rischia di finire fuori controllo. 

Durante Terra & Tech è emersa anche la necessità di studiare più a fondo il problema di alcuni lieviti dannosi per il vino, come il Saccharomycodes ludwigii, un lievito che attacca il vino e che tende a infettare le cantine e essere presente sull’uva. Si tratta in questo caso di un problema globale, non specifico del lucchese, che si sta accentuando per via del clima che cambia, con le uve più mature e dai pH che ne favoriscono la proliferazione.

Altre criticità sono dovute alla situazione globale, con rincari che hanno colpito anche il settore vitivinicolo, per via dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Ciò rischia di far finire fuori mercato i prezzi del vino lucchese, che già di partenza ha costi di produzione piuttosto alti, per via delle dimensioni medio-piccole delle aziende e della conformazione del terreno, spesso in pendenza o ad altitudini elevate, che fa lievitare i costi di manodopera per la lavorazione delle vigne. 

Alcune di queste problematiche, secondo gli esperti, potrebbero essere risolte attraverso sistemi innovativi. «Quello dell’innovazione tecnologica è un ambito che ci interessa molto – conclude Elmi – perché soluzioni come droni o robot viticoli che ci permetterebbero di risparmiare un po’ su quella manodopera che è molto più costosa che in pianura e rischia di toglierci un po’ di competitività».

Ph credits: Maestà della Formica, Lucca Biodinamica, Archivio Fondazione Carilucca

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L'autore

Andrea Degl’Innocenti

Giornalista e co-fondatore di Italia che Cambia, esperto di ambiente, sistemi di governance, partecipazione.