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Crisi che incombe, le piccole aziende agricole sono al tracollo. Ecco qualche soluzione per garantirne la sopravvivenza

a cura di Salvina Elisa Cutuli
a cura di Salvina Elisa Cutuli
01 Dicembre 2022
7' di lettura

I cambiamenti climatici, l’aumento dei prezzi delle materie prime, il caro bollette non danno più tregua alle piccole aziende agricole. Abbiamo intervistato Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa agricola biologica “La Terra e il Cielo” (AN), e Nicola Savio, esperto di tecniche agrarie naturali e di attrezzature per la piccola e media orticoltura diversificata, per trovare possibili soluzioni alla crisi che incombe.

Il caro bollette, l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei carburanti comincia a pesare fortemente sulle spalle di famiglie e imprese. Sulla filiera agroalimentare l’impatto è devastante. Da un’analisi della confederazione nazionale Coldiretti, sulla base dei dati ENEA relativi ai rincari in bolletta, emerge che la produzione agricola e quella alimentare in Italia assorbono oltre l’11% dei consumi energetici industriali totali, circa 13,3 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti all’anno. Insieme alle conseguenze dovute al cambiamento climatico – siccità, alluvioni e maltempo – le perdite vanno oltre il 10% della produzione totale.


Il 13% delle aziende agricole è in una situazione critica tanto da ipotizzare di interrompere l’attività e il 34%, secondo il CREA, a causa dei rincari si trova comunque costretto a lavorare in una condizione di reddito negativo. In agricoltura si registrano aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi, seguiti da un +129% per il gasolio. Sono anche aumentate le spese per gli imballaggi. Le grandi filiere e l’agricoltura industriale riescono, forse ancora per poco, a tener testa ai costi, per i piccoli produttori invece il disastro è assicurato nonostante un certo tipo di filiera abbia investito in economia circolare, nuove tecniche e ottimizzazione energetica.


Cosa fare dunque? Siamo destinati a cibarci solo di cibo spazzatura? E a che prezzo?
Uno dei principi della permacultura dice che dentro al problema esiste già la soluzione. Per non arrenderci alla crisi e immaginare possibili vie d’uscita abbiamo incontrato due rappresentanti del mondo della filiera agricola, Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa agricola biologica “La Terra e il Cielo”, e Nicola Savio, esperto di tecniche agrarie naturali e di attrezzature per la piccola e media orticoltura diversificata.

Abbiamo chiesto loro possibili soluzioni da mettere subito in campo per garantire la sopravvivenza delle piccole aziende agricole nonostante la crisi che incombe. Ecco le risposte.

Bruno Sebastianelli: «Dal 1980 facciamo agricoltura biologica, produciamo, trasformiamo e commercializziamo i prodotti della nostra filiera con il massimo della garanzia per i consumatori. Sono pochi ad avere una filiera controllata e tracciata sul mercato. Le difficoltà partono da lontano. Un primo aumento si è verificato già nel 2018 con l’avvento del biologico industrializzato, che io definisco convenzionalizzato, a bassissimo prezzo che è continuato anche nel 2019. Poi il Covid, con le chiusure dei ristoranti e la gente in casa l’aumento delle vendite si è moltiplicato. Un anno di tregua e poi nel 2021 ha avuto inizio la grande speculazione, ancora prima della guerra era già aumentato il costo dell’energia. Il 2022 è l’anno dei disastri, ai costi improbabili si è unita anche l’alluvione che ha causato danni incalcolabili nella nostra valle.
Mi sembra una tempesta perfetta per far morire le piccole medie imprese e favorire le grandi multinazionali. Amazon è un esempio. Da tempo stiamo lavorando, lo abbiamo sempre fatto perché è scritto nel nostro statuto, per cercare di accorciare la filiera, ora più che mai diventa fondamentale. Le famiglie sono in difficoltà, bisogna trovare una soluzione senza perdere mai di vista la qualità. Siamo consapevoli che il nostro prodotto costerà sempre di più rispetto ai prodotti della grande distribuzione e del cibo spazzatura.
Il nostro obiettivo è vendere direttamente al consumatore abbassando i prezzi, evitando le catene distributive. Non è semplice, facciamo un gran lavoro con i gruppi di acquisto, con la vendita online e con le iniziative locali per far partire i consumi. Secondo un sondaggio nella valle colpita dall’alluvione lo scorso settembre, da Arcevia a Senigallia, si consumano 24 mila quintali di pasta. Noi ne produciamo circa 7 mila e la vendiamo in Italia e all’estero. Non avrebbe più senso soddisfare il fabbisogno di questa area e ridurre così anche i costi di trasporto? Anche in Europa il consumo del biologico sta diminuendo. Dal 1995 vendiamo anche nel mercato giapponese, ma adesso il costo di un container è aumentato di dieci volte. L’unica via è proporre iniziative locali e incentivare i consumi locali. Dopo 42 anni dobbiamo seminare nuovamente e reinventarci».

Nicola Savio: «Sono dipendente europeo di un’impresa francese che produce attrezzi agricoli a basso impatto che non prevedono l’utilizzo di carburante. Sono ecologici e permettono di abbattere le spese. Li ho sempre utilizzati, anche quando non lavoravo con e per loro. La piccola agricoltura soffre da sempre di una inefficienza, ovvero di una non valutazione delle energie che realmente si impiegano nella coltivazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di energie fisiche che comportano anche un’usura dell’organismo umano. Si tende così a fare prezzi a ribasso in linea con quelli della grande distribuzione, senza quantificare e pagare tutte le ore passate in campo, senza dunque un ritorno per il corpo ormai usurato. Dal mio punto di vista è questo il motivo per cui l’agricoltura biologica non può sfamare il mondo: anche quando è piccola è inefficiente. Il grosso vantaggio delle attrezzature che uso consiste nel rendere efficiente anche le piccole produzioni. Siamo abituati a condannare l’efficienza, pensiamo subito ai profitti delle grandi multinazionali, ma in realtà è un ragionamento che si riferisce alle energie consumate per le energie che non vengono recuperate. Con l’inflazione aumenterà anche il costo delle macchine, ogni due settimane cambia il prezzo dell’acciaio, ma si tratta di un costo che permetterà di ridurre le ore di lavoro in campo e che verrà ammortizzato nel giro di poco tempo. Lavorando bene i margini economici crescono e anche la produttività, aumenterà il tempo libero da usare per migliorare la propria qualità di vita o da spendere in marketing alla ricerca di nuovi canali di vendita e sistemi di distribuzione. Bisogna, dal mio punto di vista, cominciare a pensare a un livello di efficienza dei processi produttivi anche nella piccola agricoltura. Anche la grande distruzione è già in difficoltà, i prezzi aumentano anche per loro. Se riusciamo ad ottimizzare la nostra lavorazione e mantenere i prezzi standard, investendo ad esempio in una macchina per cui non serve benzina e non serve fare manutenzione, mentre la grande distribuzione è costretta ad aumentare i prezzi per l’aumento del carburante e del costo dell’energia, può essere l’occasione per diventare competitivi ».

L'autore

Salvina Elisa Cutuli

Archeologa e giornalista. Dal 2018 collabora con Focus Storia. Lavora a progetti di divulgazione – soprattutto in ambito giornalistico – attenti a tematiche, oggi più che mai, importanti come sostenibilità, ambiente, cibo, nuovi stili di vita, arte, partecipazione attiva e democratica, clima, disabilità, lavoro, salute, mobilità, energia, tematiche di genere, legalità. Uno su tutti, Italia che Cambia. In particolare, svolge approfondimenti su cibo e filiera alimentare.

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