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Allevamenti, valorizzazione dei prodotti locali e sostenibilità: uno studio per dimostrarne la fattibilità in Calabria

Salvina Elisa Cutuli
Salvina Elisa Cutuli
13 Maggio 2024
8' di lettura

Può l’allevamento di razze autoctone contribuire alla valorizzazione dei prodotti lattiero-caseari locali e avere un impatto positivo sul territorio? Lo scopriamo attraverso lo studio condotto dal ricercatore Cristian Piras presso l’Università degli Studi della Magna Graecia di Catanzaro, finanziato da Fondazione con il Sud.

Gli allevamenti intensivi rappresentano un’importante fonte di sfruttamento e inquinamento per il suolo e per un impatto ambientale in genere, a causa delle emissioni di CO2, della generazione di polveri sottili e della produzione di liquami che potrebbero trasformarsi in sostanze inquinanti. Nel corso degli anni, inoltre, le razze degli allevamenti intensivi sono state selezionate per massimizzare la produzione, a fronte di un maggior consumo di alimento, a discapito delle razze autoctone con conseguente impatto negativo per le piccole aziende, per la biodiversità e per la sostenibilità di zone rurali e aree marginali. Queste ultime sono infatti sempre più depauperate del patrimonio economico, umano e zootecnico.

Agli inizi del ‘900, in Italia si allevavano molte razze bovine locali, oggi se ne contano tre o quattro, principalmente selezionate per la produzione di latte. Alcuni esempi sono rappresentati dalla Frisona o dalla Pezzata Rossa che vengono principalmente allevate in realtà di tipo intensivo. Questo impiego porta inevitabilmente ad una perdita della biodiversità che dovrebbe, al contrario, rappresentare la ricchezza dei nostri territori.

Presso l’Università degli Studi Magna Grecia di Catanzaro, grazie al Dr. Cristian Piras, responsabile scientifico, e ai Professori Paola Roncada e Domenico Britti, è in corso il progetto di ricerca “Valorizzazione e sostenibilità delle produzioni animali tipiche: metodi omici per la tracciabilità e la valorizzazione dei prodotti lattiero caseari calabresi”, finanziato da Fondazione CON IL SUD. L’obiettivo è contribuire al recupero delle razze autoctone calabresi, in particolare bovine e caprine. L’idea punta principalmente alla valorizzazione dei prodotti lattiero-caseari derivanti dall’allevamento di queste razze e all’enfatizzazione del loro impatto positivo sul territorio. La razza bovina Podolica, ad esempio, produce minori quantità di latte rispetto alle altre razze bovine ma, grazie alla sua composizione che deriva dal tipo di allevamento, il prodotto si presta perfettamente alla produzione di prodotti tipici quali il caciocavallo podolico che è rinomato per le sue peculiarità organolettiche.

Inoltre, per il carattere non intensivo tipico del suo allevamento, ha un minore impatto sul territorio e contribuisce al suo sviluppo da un punto di vista della salubrità, della sostenibilità, dell’immagine e del ritorno economico. 

«Gli studi eseguiti sul latte di razza bovina Podolica locale hanno messo in luce delle differenze con il latte di altre razze bovine allevate ad uso intensivo. I due campioni sono stati classificati mediante due differenti tecniche rapide (spettroscopia a infrarossi e spettrometria di massa), ponendo le basi per un rapido riconoscimento a favore di un loro maggiore impiego, dato anche il loro miglior impatto in termini di impronta carboniosa, di recupero rurale e di valorizzazione del territorio» commenta il ricercatore Cristian Piras.

Più nel dettaglio, inoltre, lo studio analizza la composizione del prodotto focalizzandosi sulla presenza di peptidi bioattivi e sulla caratterizzazione dei consorzi microbici. 

Lo sviluppo del progetto ha visto il coinvolgimento delle maggiori realtà produttive della provincia di Catanzaro che hanno fornito il loro contributo sia mettendo a disposizione i campioni, sia mediante la partecipazione a workshops e riunioni per il coordinamento delle attività: un approccio fondamentale per l’interazione e l’integrazione tra le realtà del territorio. I campioni, oggi conservati in una biobanca all’interno dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, potrebbero essere usati anche per sviluppi futuri.

«Abbiamo sviluppato un metodo che si potrebbe applicare globalmente mediante l’ampliamento dei database con numeri crescenti di campioni di origine eterogenea. Questo metodo è stato precedentemente applicato, durante la mia esperienza di ricerca in Inghilterra, su campioni di latte bovino per la diagnosi precoce di patologie, ad esempio la mastite bovina, e nel caso specifico di questo progetto la sua versatilità ci ha permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati» continua il Dr. Piras.

Il funzionamento è abbastanza semplice. L’algoritmo di machine learning viene istruito con campioni noti, per esempio dieci campioni di latte di razza podolica e dieci campioni di latte di altre razze. I campioni che verranno analizzati successivamente saranno automaticamente riconosciuti e classificati sulla base del database e dell’algoritmo costruito. 

Gli allevamenti di razze bovine come quella Podolica hanno certamente un maggiore indice di sostenibilità in termini di impronta carbonica (carbon footprint) per effetto delle piante presenti nella corrispettiva porzione di pascolo che agiscono sulla CO2 prodotta dagli animali. Se da un lato si potrebbe raggiungere un bilancio neutro dell’emissione di gas serra, dall’altro si potrebbero condurre delle iniziative atte a migliorare la sostenibilità di queste produzioni utilizzando piante del territorio ad azione bioattiva per ridurre l’utilizzo farmaci e antibiotici. «Se riuscissimo a svincolare le produzioni animali autoctone dalla chimica di sintesi avremmo un prodotto al 100% salubre e completamente sostenibile. Questo è il focus progettuale. Il primo obiettivo, incentrato sulla  valorizzare i prodotti lattiero caseari calabresi, si avvia verso la conclusione grazie allo sviluppo di metodi per la tracciabilità e la comprensione della composizione. Il passo successivo, ovvero quello di svincolare le produzioni della chimica di sintesi, è ancora in fase embrionale» continua il ricercatore.

Negli allevamenti, soprattutto quelli intensivi, si concentra una maggiore quantità di materia biologica e, di conseguenza, si ha una maggiore probabilità di malattie infettive che vengono generalmente contrastate con l’utilizzo di antimicrobici.

Gli allevamenti a carattere rurale potrebbero contribuire alla riduzione sia dell’impronta carboniosa, sia alla riduzione dell’utilizzo di molecole ad azione antimicrobica. Questo ultimo punto, inoltre, ridurrebbe l’insorgenza di eventuali fenomeni di resistenza.

Produzioni animali maggiormente sostenibili a livello globale ridurrebbero anche il depauperamento demografico dei territori rurali, fenomeno molto comune non solo in Italia, ma in tante altre regioni del mondo. Il recupero del suolo agricolo sarebbe, in questo caso, reso maggiormente efficiente dall’applicazione delle maggiori conoscenze nel settore limitando, per esempio, l’utilizzo di molecole antimicrobiche, esclusivamente ai casi di estrema necessità.

«Avendo fatto ricerca in diversi Paesi, posso confermare che in Italia abbiamo ancora un’eccellenza di saperi e di proprietà intellettuale estremamente competitiva con la possibilità di fare la differenza nelle varie aree di ricerca. Con il nostro studio, promuoviamo il recupero del territorio, delle razze e delle piante autoctone per il miglioramento e la sostenibilità ambientale delle produzioni animali, per il miglioramento della qualità dei prodotti di filiera e la valorizzazione di questi. Il tutto con il fine ultimo di facilitare il loro inserimento in un mercato che valorizzi la sostenibilità e la salubrità dei prodotti alimentari» conclude il Dr. Piras.

[Credits ph: Rocco Giorgio www.sigilloitaliano.it]

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L'autore

Salvina Elisa Cutuli

Giornalista esperta di arte, storia, alimentazione e ambiente, è socia della Aps Italia che Cambia e Project manager di Storie da seminare